salsicce, fegatini, viscere alla brace

 

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«Das bin ich wirklich, böse, besoffen, aber gescheit» diceva di sé Joseph Roth («questo sono davvero io: stronzo, ubriacone, ma intelligente»). Per quel che mi riguarda, la stronzaggine nonostante tutti i miei sforzi non è mai abbastanza; e quanto all'ubriachezza, la sostanza più eccitante che bevo è il tamarindo. Però l'intelligenza è davvero l'unica cosa che mi rimane. Per ora.

 

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venerdì, 03 luglio 2009

Intervallo: San Piero a Grado (e le reliquie di S.Paolo secondo Ratzinger)

Se pare certo che tra i dodici apostoli Pietro sia stato l’unico che abbia svolto la sua predicazione anche al di fuori di Gerusalemme, dove sia passato non si sa bene.

Stando al Nuovo Testamento si sarebbe mosso tra la Terra Santa (Lidda, Ioppa, ecc.), Antiochia e Corinto. La tradizione apocrifa vuole invece Pietro a Roma negli anni di Nerone, sotto il quale avrebbe subito il martirio intorno all’anno 67.

Ora, la questione dell’itinerario di Pietro è tutt’altro che oziosa, visto che su di essa poggia buona parte dell’autorità papale. Dove voglia infatti andare a parare la “tradizione”, con il suo presunto passaggio di Pietro a Roma, è fin troppo evidente: al primato del Papa – cioè del vescovo di Roma – rispetto agli altri vescovi, primato che gli deriverebbe da una successione diretta di San Pietro.

Tuttavia, se già è molto dubbio che Pietro sia passato da Roma (San Paolo, ad esempio, all’epoca certamente a Roma, nelle sue lettere così ricche di notizie sulla comunità cristiana romana della presenza di Pietro non dice nemmeno una parola), che Pietro sia stato primo vescovo di Roma e che abbia nominato successori è del tutto infondato storicamente. Nessun episcopato romano viene citato in alcuna delle fonti più antiche (prima della metà del II secolo) e solo più tardi spregiudicati vescovi romani per rivendicare la propria autorità sugli altri colleghi e sui concili ecumenici useranno la tradizione di Pietro a Roma coniugandola con una libera interpretazione del passo del Vangelo di Matteo in cui Gesù dice all’apostolo «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18).

 

Bene, se a Roma si fa giungere più o meno verosimilmente Pietro per supportare primati e privilegi papali, anche a Pisa, nel suo piccolo, una capatina dell’apostolo non poteva non fare comodo. Così, un’altra tradizione vuole che nel suo presunto viaggio da Antiochia a Roma, Pietro sia approdato all’imbocco dell’Arno in seguito a un naufragio. In quel luogo i devoti pisani avrebbero eretto un edificio di culto: a chi si fosse avvicinato a Pisa dalle due vie d’accesso alla città antica – il mare e la via Aurelia – la basilica avrebbe dovuto così testimoniare il passaggio del fondatore della Chiesa romana e certificare la continuità tra l’antica capitale dell’impero e la nuova potenza marinara, legittima “nuova Roma”.

 

 

La basilica di San Piero a Grado che oggi si può ammirare uscendo da Pisa in direzione della Marina risale al X / XI secolo, ampliamento e riedificazione di chiese più antiche (almeno una del IV ed una del VII secolo), a loro volta costruite su un edificio civile tardoromano, forse una villa forse dei magazzini portuali.

La prima impressione da lontano è quella della meravigliosa severità e austerità del romanico, in questo caso in parte vivacizzata dai numerosi bacini ceramici colorati in stile moresco posti sui muri esterni che si notano avvicinandosi.

Giunti ai piedi della basilica, invano si cerca la facciata. Raro esempio in Italia, la basilica di San Piero a Grado è infatti priva di facciata ed ha invece una struttura ad absidi contrapposti, secondo modelli germanici (le cattedrali renane del XII secolo) ai quali si volle ispirare la ghibellina Pisa. Curioso che proprio i pronipoti degli ispiratori germanici della basilica abbiano pensato bene di distruggere otto secoli più tardi il campanile, fatto saltare dalla Wehrmacht in ritirata il 22 luglio 1944 (se siano più gravi i danni che la guerra lascia tra il patrimonio artistico o tra la popolazione non saprei, nel dubbio pregherei i futuri aguzzini  di risparmiare entrambi…).

 

All’interno a dividere le tre navate sono ventiquattro colonne “di spoglio”, provenienti cioè da edifici romani preesistenti. Così come di spoglio sono i capitelli di vari stili: corinzi, ionici e perfino uno bellissimo di origine siriaca, con sfingi e palmette.

Ma l’interno di San Piero a Grado vuol dire soprattutto gli affreschi, in buona parte ancora ben conservati, risalenti ai primi anni del Trecento. Attribuiti al pittore lucchese Deodato Orlandi, raffigurano scene della vita di San Pietro e i ritratti dei Papi da Pietro fino a Giovanni XVII, oltre a leggende medievali legate alla “donazione di Costantino”.

Vita dell’apostolo con tanto di predicazione a Roma insieme a Paolo, donazione di Costantino e sequenza dei papi a partire da Pietro: tutti falsi storici con un unico obiettivo, la legittimazione del potere.

 

Il 29 giugno scorso si è chiuso l’anno paolino celebrato dalla Chiesa Cattolica in occasione del bimillenario della nascita di San Paolo. E si è chiuso “col botto”: dalla basilica di San Paolo Fuori le Mura Benedetto XVI ha annunciato che nel sarcofago lì custodito sarebbero stati trovati resti umani risalenti al I secolo, a conferma così della tradizione – un’altra… - secondo la quale in quella tomba ci sarebbero proprio le spoglie di San Paolo.

Ovviamente non è l’interesse storico né scientifico a stare a cuore al pontefice. Al contrario, a Ratzinger quelle reliquie servono per rimarcare ancora una volta di fronte alla delegazione del patriarcato ortodosso di Costantinopoli la primazia della chiesa romana che sarebbe, al contrario delle altre, fondata non per decreto ma direttamente da Pietro e Paolo. Che tra citazioni di Leone I – proprio il papa che nel V secolo, secondo le parole di Hans Küng, «crea la sintesi classica dell’idea del primato del vescovo romano»  – e improbabili similitudini tra Romolo e Remo (fondatori della città di Roma) e Pietro e Paolo (fondatori della Chiesa di Roma), il discorso di Benedetto XVI si concluda con un appello all’unità di tutti i cristiani non deve sorprendere. Unità sì, ma sotto il Vaticano, s’intende.

 

Fonti:

- Immagini della Basilica di San Piero a Grado, Edizioni Odeon (2007)

- H.Küng, Cristianesimo - Essenza e storia, Rizzoli (1997)

- Foto di Emmegi66

postato da: Primaticcio alle ore 19:13 | link | commenti
categorie: viaggi, politica, attualitĂ 
venerdì, 19 giugno 2009

Che invidia il ballottaggio di Bari…

Leggendo le cronache elettorali da Bari – dove, si sa, domenica al ballottaggio si contenderanno la poltrona di sindaco il primo cittadino uscente Michele Emiliano, di centrosinistra, e lo sfidante Simeone Di Cagno, di centrodestra – non riesco a non provare una sconfinata quanto livida invidia.

Invidia un po’ per il ballottaggio, pratica pressoché sconosciuta qui nella Brianza comasca visto l’incontrastato dominio di Bossi, Berlusconi & Formigoni, ma soprattutto invidia per… la presenza del PSDI!

Credevo che il partito che negli anni ’80 fu di Longo, Nicolazzi e Cariglia – tutti per la verità rimasti alla storia più per le vicissitudini giudiziarie che non per la statura politica – fosse ormai relegato in polverose sale museali tra i dinosauri e i fossili nell’ambra, ed invece ecco il simbolo del sol dell’avvenire che nasce dalle onde del mare ripresentarsi per sostenere il candidato di Berlusconi.

Che invidia… Io che mi commuovo sempre di fronte a icone degli anni Ottanta come la tastiera a tracolla di Sandy Marton o il piccolo mugnaio dei Tegolini, non so cosa darei per rivedere nella scheda elettorale il simbolo del PSDI… Io quella scheda «quasi quasi me la porterei via», come la matita copiativa della canzone di Gaber, per conservarla lì, vicino ai puffi e alle gomme del Mulino Bianco.

postato da: Primaticcio alle ore 19:33 | link | commenti (2)
categorie: politica, elezioni, attualitĂ 
domenica, 14 giugno 2009

Il "nuovo" successo della Lega

Più volte è stato giustamente osservato che il successo della Lega non è distribuito omogeneamente in tutto il Nord, ma che il partito di Bossi dilaga in particolare nella “fascia pedemontana”, quella striscia di territorio tra la pianura Padana e le Alpi che si estende nel Lombardo-Veneto da ovest a est dalle province di Varese e Como per arrivare a Treviso e Belluno passando per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza. In questo territorio, infatti, la Lega riesce a farsi espressione di un’”economia dei capannoni” fatta di piccole imprese fondate sulla quantità del lavoro e raccoglie l’eredità politica ed elettorale della Democrazia Cristiana della Prima Repubblica.

 

Le recenti elezioni europee forse segnano una svolta sulla distribuzione territoriale della Lega.

Complessivamente il successo è stato enorme: oltre il 10% dei voti, il doppio di cinque anni fa e due punti in più rispetto alle politiche dello scorso anno. E’ però interessante andare a vedere provincia per provincia dove questo successo è stato costruito.

Nel profondo Nord della fascia pedemontana che abbiamo detto essere il suo territorio d’elezione, la Lega è praticamente stabile. Ad esempio a Mariano Comense c’è addirittura un arretramento  (dal 28.7% del 2008 al 26.3% del 2009: -2.4%) tutto a favore del Popolo delle Libertà berlusconiano. E anche in generale in provincia di Como la Lega rimane stabile intorno al 26% dei voti.

Dove invece la Lega Nord guadagna i voti è in zone tradizionalmente a lei sfavorevoli: il Piemonte occidentale (+5.2% a Cuneo, +4.6% ad Asti), il Friuli (+5.3% a Pordenone, +4.6% a Udine) e, sorprendentemente, province al di fuori del Nord propriamente detto, province di regioni “rosse” come Emilia e Toscana: +4.7% a Reggio Emilia, +4.0% a Pesaro-Urbino, +3.9% a Modena, +3.7% a Prato, eccetera (si veda la cartina, tratta da www.demos.it, in cui i colori chiari sono le province in cui la Lega ha guadagnato di più).

  

Insomma, la Lega sfonda raccogliendo i consensi non più solo come “partito del Nord” ma la linea dura sui temi della sicurezza e dell’immigrazione le consente di uscire dai suoi confini geografici tradizionali.

Sempre meno partito legato ad uno specifico territorio e sempre più partito di destra – così peraltro ci tengono a dichiararsi gli elettori della Lega, ancor più di quelli di AN.

postato da: Primaticcio alle ore 10:41 | link | commenti (3)
categorie: politica, attualitĂ , lega
sabato, 06 giugno 2009

Gli “interessi dei lavoratori”

Nel bel mezzo della crisi della sinistra si sente ripetere spesso che la soluzione sta nel tornare ad occuparsi degli interessi dei lavoratori. Per dirla con Bertinotti «dobbiamo tornare ad intercettare i bisogni degli operai»

Già, ma quali sono gli “interessi dei lavoratori”? E’ ancora attuale la contrapposizione tra capitale e lavoro?

 

Terrorizzato dalle stime secondo le quali in futuro la pensione sarà meno di metà dell’ultimo salario e convinto dalla propaganda del sindacato, anch’io nel 2007 ho finito per versare la mia liquidazione al fondo pensione di categoria, il cui rendimento negli ultimi anni non era poi così male.

Come me pare abbiano fatto allora anche oltre mezzo milione di italiani, facendo salire a poco meno di 3 milioni il numero di lavoratori nel nostro Paese aderenti ai fondi pensione. E nel mondo i fondi pensione controllano un capitale enorme, 26 trilioni di dollari, pari a circa metà del capitale finanziario totale in circolazione.

 

Molti dei fondi pensione sono nati sotto un almeno parziale controllo del sindacato, ma sono passati in breve tempo sotto il completo controllo delle banche, con il sindacato che si limitava semplicemente a tenere d’occhio la redditività, spesso senza capirci un granché.

Se fino alla metà degli anni ’80 nel portafoglio dei fondi pensione comparivano quasi esclusivamente obbligazioni, da allora la quota investita in azioni è salita rapidamente fino ad arrivare a circa il 50% degli attivi. In parole povere, i fondi pensione dei lavoratori non possiedono solo titoli di stato ma anche quote azionarie di aziende varie, di cui in alcuni casi assumono anche il controllo.

 

Con un capitale così grande nelle loro mani, 26 trilioni di dollari fanno più o meno 19mila miliardi di euro, i famosi “lavoratori di tutto il mondo” hanno un potere enorme, hanno una forza enorme per valere i “loro interessi”.

Sì, ma quali interessi? Quelli di lavoratori dipendenti o di proprietari del capitale? Quelli di “risorse umane” di aziende che sempre più spesso sono controllate dai fondi pensione che acquistano le loro azioni o quelli di investitori?

Guardando alla storia generale dei fondi pensione non c’è dubbio: gli interessi dei lavoratori sono stati innanzitutto quelli di far fruttare il capitale indipendentemente da tutto il resto.

All’interno del mercato azionario – se si escludono casi isolati peraltro in rapida sparizione – lo scopo dei fondi pensione non è stato certo quello di elevare gli standard sindacali, di migliorare i salari e le condizioni di lavoro, di aumentare l’occupazione né tantomeno quello di aumentare gli investimenti produttivi per favorire uno sviluppo a lungo termine. Al contrario, lo scopo dei fondi pensione appare essere sempre stato la massimizzazione del valore per gli azionisti a scapito dei lavoratori delle aziende controllate. Massimizzazione del valore che, come osserva Luciano Gallino nel suo Con i soldi degli altri (Einaudi, 2009), è stata realizzata secondo i criteri della precarizzazione, della “moderazione salariale”, di un trasferimento massiccio dei guadagni di produttività dalle retribuzioni ai profitti e alle rendite, di cancellazione di posti di lavoro. E questo vale anche per i fondi pensione: «i rappresentanti del capitale di proprietà dei lavoratori hanno usato i fondi pensione per compiere investimenti speculativi, che hanno portato alla chiusura di impianti e strangolato intere comunità» scrive l’economista americana Teresa Ghilarducci.

D’altra parte negli anni scorsi, quando nella bacheca aziendale venivano esposti gli andamenti del nostro fondo pensione – aumenti anche del 3 e del 5% annui – non ho mai visto nessun lavoratore chiedersi da dove venissero questi profitti, se i soldi che ci mettevamo in tasca nel nostro fondo non venissero da ristrutturazioni selvagge e sfruttamento. Il capitale investito aumentava e tanto bastava.

 

Adesso ci rendiamo conto che non era tutto oro quel che luccicava e siamo tutti qui a piangere lacrime amare sui soldi svaniti delle nostre pensioni (nel mondo si stimano per i fondi previdenziali perdite dell’ordine di alcune migliaia di miliardi di dollari).

Solo ora che nei fogli esposti in bacheca compare il segno meno ci si inizia a chiedere se il meccanismo dei fondi pensione non sia servito solo per arricchire i gestori dei fondi a spese dei lavoratori, sia di quelli che hanno investito la loro pensione sia di quelli che con il loro lavoro precario e sottopagato erano alla base della crescita artificiosa del valore del fondo.

Si potrebbe rispondere che questo è il momento buono perché i lavoratori di tutto il mondo si uniscano davvero e usino il potere del loro capitale per investimenti socialmente responsabili, che tengano conto delle possibili conseguenze sulle condizioni di lavoro e sulle comunità in cui l’impresa è insediata. La responsabilità sociale però a breve termine costa, e di fronte alla scelta tra un fondo “responsabile” ed uno “irresponsabile” che promette rendite immediate più alte, ho paura che la maggior parte dei lavoratori sceglierebbe il secondo. Senza rendersi conto che se oggi (come investitore) è dalla parte di chi guadagna sullo sfruttamento altrui, domani (come lavoratore) potrebbe essere tra i dipendenti tagliati e taglieggiati per ingrassare le rendite altrui.

postato da: Primaticcio alle ore 19:34 | link | commenti
categorie: politica, attualitĂ 
giovedì, 28 maggio 2009

Expo Milano 2015: part-time da 450mila euro e poltrone padane

Come milioni di italiani io ho un lavoro che mi tiene interamente impegnato, fisicamente e mentalmente, per otto ore al giorno. Se a queste si aggiunge il tempo – qualche volta perfino più stressante… – per lo spostamento casa-lavoro, la misera pausa pranzo e il tempo (ovviamente non pagato) che la sera uno rimane oltre l’orario per finire lavori urgenti, si capisce come mi svegli ogni mattina alle 6 per rientrare a casa non prima delle 19. Anche trascurando che talvolta la sera mi porto a casa qualcosa dal lavoro e che l’anno scorso un paio di volte sono stato richiamato dall’azienda per emergenze varie (una volta verso mezzanotte, l’altra una domenica a pranzo), si tratta evidentemente di un lavoro che mi impegna totalmente e che non mi lascia certamente spazio per un secondo impiego.

Tutto questo per mettermi in tasca la bellezza di circa 26mila euro (che visti i 15.200 € medi in Italia non mi lamento, però…).

 

Dopo mesi di lotte all’ultimo sangue tra le varie correnti del centrodestra per il controllo delle poltrone dell’Expo, il consiglio di amministrazione della società Expo 2015 SpA ha nominato Lucio Stanca amministratore delegato, riconoscendogli uno stipendio di 450mila euro.

Non lo invidio, Stanca: dopo oltre un anno perso tra spartizioni di poltrone, tagli dei finanziamenti e ridimensionamenti dei progetti, essere a capo della società organizzatrice di una manifestazione così complessa e così importante, che vuole essere l’occasione per ridisegnare l’urbanistica della metropoli lombarda, dev’essere un lavoraccio. Di quelli che tengono impegnati notte e giorno, che non fanno più passare un fine settimana in santa pace.

Ora, si dà il caso che al momento della nomina Stanca fosse parlamentare, eletto nelle liste del Popolo delle Libertà. Anche quello dev’essere un lavoraccio: nel bel mezzo di una crisi economica che sta cambiando l’economia mondiale e che solo quest’anno costerà all’Italia centinaia di migliaia di disoccupati in più, immagino che la nostra classe dirigente sia impegnata duramente a studiare, a capire, per poter prendere le decisioni opportune per far uscire il nostro Paese dalla recessione. Ed è anche giusto che un lavoro così impegnativo venga ben pagato (più o meno 180mila euro annui, benefit esclusi).

Come non avere un po’ di stima per il povero Stanca, che passa da un lavoro impegnativo ad uno ancor più pesante, il tutto ben pagato, sì, ma sempre per il bene pubblico?

Sennonché… col cavolo che Stanca passa da un lavoro all’altro! Gli incarichi se li tiene stretti tutti e due come fossero galline dalle uova d’oro. Già, perché l’ex-ministro berlusconiano ha dichiarato che tra i due lavori, a seicento chilometri di distanza uno dall’altro, non c’è incompatibilità e che può portare avanti entrambi, a Roma come a Milano.

Insomma, parlamentare e amministratore delegato di Expo 2015 SpA, 180 e 450mila euro di stipendio rispettivamente, sono lavori part-time.

 

E se proprio vogliamo ben guardare Stanca non è l’unico manager d’oro part-time. Tra i casi più scandalosi c’è quello di Giampiero Borghini.

Borghini, ex esponente dell’ala migliorista del PCI, nel 1992 uscì dal PdS per poter essere eletto sindaco di Milano all’ombra del garofano. Passato – c’è bisogno di dirlo? – a Forza Italia, accumula gli incarichi di consigliere regionale e direttore generale del comune di Milano. Anche qui, nella mia ingenuità immagino che si tratti di ruoli impegnativi, anche a giudicare dagli stipendi: circa 120mila e 279mila euro all’anno rispettivamente. Invece Borghini, intervistato da Report, dichiara candidamente che non si tratta di lavori a tempo pieno.

Apprendo dunque che anche consigliere regionale e direttore generale del comune di Milano (400mila euro totali all’anno) sono lavori part-time…

 

Un anno fa a Milano molti, di entrambi gli schieramenti politici, pensavano che la gestione autonoma dell’Expo fosse l’occasione tanto attesa di fare da sé, senza passare per Roma e la sua burocrazia, dimostrando cosa sono capaci di fare l’efficienza e l’operosità lombarde quando non sono ostacolate da “lacci e lacciuoli” burocratici. Insomma, sembrava l’occasione buona per Milano per tornare ad essere la “capitale morale”, la “capitale del fare” e di far così ripartire una città ferma da almeno vent’anni.

Dopo dodici mesi il progetto iniziale pare fortemente ridimensionato e il centrodestra stesso, dietro le smentite di facciata, già cerca di mettere le mani avanti: Bossi dice che in fondo l’Expo è «una manifestazione del secolo scorso» e Lega e PdL parlano di «ridefinizione delle priorità». E per capire quali siano le priorità di leghisti e berlusconiani basti dire che lunedì è saltata la creazione della Commissione Antimafia in una città che con la sua ricchezza attira gli interessi mafiosi, a cominciare dalla ‘ndrangheta («Milano è la capitale della ‘ndrangheta» dice il giudice Macrì).

In sostanza, dopo dodici mesi ci si inizia finalmente a rendere conto che se Milano è ferma non è per colpa di lontane burocrazie ma per incapacità proprie e che anche al nord lo sport preferito dalla classe dirigente è la spartizione delle (retribuitissime) poltrone che contano.

Sia chiaro, la crisi milanese non è certo di oggi ma è di lunga data, si è già palesata apertamente nella gestione del caso Malpensa – la cui crisi nasce da una gestione miope e campanilista degli amministratori del nord e non da scelte di Roma – ed è una crisi della quale il leghismo si presenta non come una cura ma, al contrario, è proprio il più evidente dei sintomi.

 

postato da: Primaticcio alle ore 23:06 | link | commenti (2)
categorie: politica, milano, attualitĂ , expo 2015
sabato, 23 maggio 2009

Le dieci domande a Berlusconi e la ragion di Stato

Siamo alle solite. Berlusconi intrattiene rapporti “particolari” con minorenni e Repubblica lancia dieci domande alle quali il premier dovrebbe rispondere «di fronte agli italiani». Mills viene condannato per aver intascato 600mila dollari da Berlusconi perché mentisse nei processi a suo carico e Alexander Stille scrive che «l’Italia scopre che l’attuale primo ministro sia invischiato in vicende giudiziarie proprio brutte».

Come se Berlusconi avesse preso in giro gli italiani che lo hanno votato, e le sue disgrazie dovessero far aprire gli occhi a un elettorato truffato. Siamo, appunto, alle solite. Io, e come me probabilmente Repubblica e Alexander Stille, forse ci possiamo sentire presi in giro da Berlusconi, ma i suoi elettori no, l’hanno messo lì nella massima consapevolezza. O si prende atto di questo o, come direbbe Michele Apicella, continuiamo davvero a farci del male.

 

Che cosa si aspetta Repubblica? Che Berlusconi improvvisamente convochi una conferenza stampa in cui dica che gli piacciono le minorenni e che visto che ha intenzione di svuotare il parlamento della sue funzioni tanto vale riempirlo di veline e soubrette? Oppure che Berlusconi confessi in lacrime di avere corrotto Mills e di essere colpevole di tutte le accuse di falso in bilancio per cui ha beneficiato della prescrizione?

Oppure, ancora peggio, Repubblica si aspetta che gli elettori di centrodestra “aprano gli occhi” e “si indignino”?

Se il quotidiano diretto da Enzo Mauro frequentasse un po’ di più gli elettori del PdL forse si accorgerebbe che questi lo sanno benissimo chi è Berlusconi; sanno benissimo delle gaffes, delle veline e delle minorenni; sanno benissimo che alle accuse che gli vengono mosse nei tribunali il premier non è poi tanto estraneo.

Lo sanno benissimo ma, tirate le somme, gli va bene così.

Ad alcuni, un’esigua minoranza, va bene perché con quell’immagine da rotocalco popolare gli sembra che il magnate di Arcore sia “uno di noi”, «un uomo del popolo, uno che prende il caffè con la gente comune», per dirla con le parole della neodiciottenne Noemi Letizia.

Ad altri, e sono la stragrande maggioranza degli elettori del PdL, va bene semplicemente in nome della ragion di Stato, perché in un Paese dal voto bloccato come l’Italia - anche gli ultimi sondaggi vedono solo spostamenti di voti tra partiti della stessa coalizione, difficilmente il voto si sposta da uno schieramento all’altro, tutt’al più gli equilibri si spostano perché chi è deluso si astiene – in un Paese dal voto bloccato, appunto, si vota prima per il centrodestra e poi per Berlusconi. In altre parole si vota Berlusconi perché leader del centrodestra e non il contrario. Allora si tollerano anche i “peccati” di Berlusconi in nome dell’interesse del centrodestra, perché lo dicevano anche i latini “exeat aula qui vult esse pius” (“esca dalle stanze del potere chi vuole rimanere puro”), in politica come negli affari ci si deve sporcare le mani. E più i magistrati lo processano, i giornali lo attaccano, la stampa estera lo ridicolizza, più si stringono intorno al Cavaliere perché “non lo lasciano lavorare”, non gli lasciano fare quello per cui lo hanno eletto e si sentono così espropriati del loro voto.

 

Non mi piace vivere in un Paese governato da corruttori e da evasori. Però mi piace ancora meno vivere in un Paese governato da chi se la prende con gli stranieri, da chi sostiene esclusivamente le imprese e i ricchi lasciandomi ad aspettare che le loro briciole arrivino anche a me, da chi in politica estera coltiva più le amicizie personale che non gli interessi geopolitici dell’Italia. E’ su questo che incalzerei Berlusconi a rispondere, perché è su questo che si gioca in futuro del Paese ed è su questo che si gioca il consenso del centrodestra. Veline e processi sono, da questo punto di vista, ininfluenti.

postato da: Primaticcio alle ore 07:40 | link | commenti (6)
categorie: politica, attualitĂ , berlusconi
sabato, 16 maggio 2009

Quarant'anni di disordini ai concerti pop

5 luglio 1971

 

Al Vigorelli di Milano è in programma il concerto dei Led Zeppelin, per la prima (e ultima, visto come andrà a finire la serata…) esibizione in Italia della band britannica.

In cartellone, però, Plant e soci non sono da soli. Il loro spettacolo è infatti previsto al termine di una serata del Cantagiro in cui prima avrebbero dovuto suonare i concorrenti della manifestazione canora. Manifestazione canora nata una decina d’anni prima come un Giro d’Italia in musica – con tanto di tappe, ognuna con una sua classifica, e vincitori finali, da Celentano alla Pavone, da Morandi a Ranieri – e che dopo alcuni anni di strepitoso successo che portò i promotori ad organizzare tappe perfino in Unione Sovietica, all’inizio degli anni Settanta stava conoscendo una crisi profonda, con il pubblico giovanile che alla canzone melodica italiana preferiva il rock d’importazione.

Per cercare di risollevare le sorti del carrozzone del Cantagiro si pensò allora di affiancare ai beniamini nostrani ospiti internazionali più popolari fra i giovani. Lo ha fatto negli anni anche Sanremo, ma almeno lì il pubblico rimaneva davanti al teleschermo. Al Cantagiro il pubblico era sotto il palco. Ricchi e Poveri e Led Zeppelin, una miscela esplosiva…

 

Nel corso del pomeriggio migliaia di persone si accalcano all’esterno del velodromo milanese e verso le 19 si aprono i cancelli. Chi ha il biglietto entra, chi non ce l’ha cerca di farlo ugualmente. Sono i tempi dell’autoriduzione, della rivendicazione del diritto alla gratuità dei concerti, dell’uso della forza da parte degli autonomi per far valere i propri (presunti) diritti così come da parte della polizia per “riportare l’ordine”.

Alle 20.30 cominciano a cantare i concorrenti del Cantagiro, ma si capisce subito che non è aria, che la folla che è venuta da ogni parte d’Italia per sentire gli assoli di Jimmy Page non ne vuole proprio sapere di Bobby Solo e dei Vianella.

All’esterno del Vigorelli iniziano le scaramucce tra qualche centinaio di giovani che vogliono entrare gratis e duemila agenti di polizia. All’interno urla, fischi, lanci di oggetti – dagli ortaggi ai sampietrini - sul palco all’indirizzo dei cantanti italiani, tanto che Gianni Morandi interrompe a metà la sua esibizione.

Così intorno alle 22, due ore prima dell’orario previsto, gli organizzatori decidono che prima ‘sta gazzarra finisce meglio è per tutti, e fanno salire sul palco i Led Zeppelin.

 

Si comincia con Immigrant song, e poi Heartbreaker, Since I've Been Loving You, Black Dog, Dazed and Confused, ma gli scontri infuriano sia fuori che dentro il Vigorelli. A nulla valgono gli appelli alla calma lanciati dal palco e mentre l’aria si riempie di sassi e di candelotti lacrimogeni i Led Zeppelin sono costretti ad interrompere Whole Lotta Love e a darsela a gambe.

Restano una quarantina di feriti, due arresti, il Vigorelli devastato e l’Italia tagliata fuori per anni dal circuito dei grandi concerti pop e rock internazionali.

 

13 settembre 1977

 

Ancora al Vigorelli di Milano. Stavolta ad esibirsi è Carlos Santana con la sua band. Non ci sono i cantanti del Cantagiro, ma gli “autoriduttori” più o meno politicizzati sono sempre lì a bollare come “servo della CIA” chiunque osi far pagare un biglietto per il proprio concerto.

Dopo un’oretta di concerto è il caos totale: lanci di sassi e bulloni, alcune molotov raggiungono il palco e danno fuoco agli amplificatori.

Ancora una volta il concerto è interrotto e ci vorranno tre anni prima che un artista internazionale – Bob Marley – si faccia coraggio e tenga nuovamente un concerto in Italia (e che concerto! Quasi centomila persone a San Siro!).

 

2 dicembre 1977

 

Al Teatro Lirico di Milano si tiene la performance “Empty Words” di John Cage: «uno schermo su cui si avvicendano semplici elaborazioni grafiche e in un angolo, su un tavolino illuminato da un abat-jour, trova posto un microfono da tavolo al quale Cage salmodia, con tutta calma, “Empty words” (parole vuote): dei fonemi elaborati casualmente, tratti dai testi di Thoreau», come scrive il promoter della serata Gianni Sassi.

 

In mancanza dei grandi nomi del pop e del rock, il pubblico accorre in massa ad un’esibizione di uno dei più ostici musicisti d’avanguardia, uno che in tempi normali avrebbe fatto fatica a portare avanti la prevendita e che ora si ritrova di fronte a migliaia di persone che si aspettano chissà che cosa, complice una promozione ambigua da parte degli organizzatori.

Dopo alcuni minuti il pubblico capisce che non ci sarebbero state le canzonette che si aspettava e ancora una volta cominciano i disordini: dai fischi si passa alle urla, poi qualcuno sale addirittura sul palco prendendo di mira il compositore americano spegnendogli l’abat-jour, portandogli via gli occhiali e arrivando a mettergli le mani addosso.

A fatica Cage – con un autocontrollo straordinario – porta a termine la sua performance.

 

12 maggio 2009

 

Questa volta siamo a Roma, all’Atlantic, e a cantare è Marco Carta, fresco vincitore del Festival di Sanremo.

Riporta La Repubblica che una folla di bambini «è lì dalle prime ore del mattino per assicurarsi i primi posti davanti al palco, e dopo ore di attesa, calca e caldo soffocante alcuni di loro hanno accusato svenimenti e malori».

Così, dopo appena tre canzoni, le forze dell’ordine impongono la sospensione del concerto. «La numerosa e inaspettata affluenza di bambini ha provocato un allarme giustificato della polizia» recita il comunicato ufficiale.

 

Ok, d’accordo, Marco Carta c’entra ben poco con i Led Zeppelin, Santana o John Cage. Però che oggi i concerti vengano interrotti dalla polizia per la turbolenta presenza di bambini mentre trent’anni fa lo erano per gli scontri con i giovani “autoriduttori” fa pensare.

Sicuramente nessuno vorrebbe tornare a veder volare sampietrini e lacrimogeni ai concerti. Però rimane il fatto che allora il problema era un eccesso di conflitto, una contestazione dura e spesso, a dirla tutta, pure ignobile con le solite etichette “servo della CIA” e simili. Oggi, al contrario, a creare situazioni pericolose è l’eccesso di consenso, il troppo entusiasmo nei confronti di divi preconfezionati nei format televisivi.

Qualcosa vorrà pur dire.

 

 

P.S.: Nel ’71 a Milano Gianni Morandi venne interrotto mentre cantava Ho visto un film, adattamento italiano di Here’s to you di Joan Baez e Ennio Morricone, una canzone dedicata alla memoria di Sacco e Vanzetti. Il motivetto di Morandi non rimarrà negli annali, ma se avessero saputo che quarant’anni dopo saremmo arrivati a Marco Carta e a Povia i contestatori dell’epoca forse lo avrebbero lasciato proseguire…

 

 
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categorie: musica, politica, led zeppelin, cage, marco carta
sabato, 09 maggio 2009

Nessun Dio ci salverà dall’irrilevanza della sinistra

Nel suo tour promozionale-elettorale per presentare il suo libro Nessun Dio ci salverà e la sua lista Sinistra e Libertà, Franco Giordano ha raggiunto mercoledì sera anche Mariano Comense.

 

Ora, che la sinistra italiana oggi se la passi maluccio è sotto gli occhi di tutti. E qualsiasi incontro pubblico che prometta riflessioni sulla rinascita della “speranza” per la sinistra, in particolare qui nel profondo nord, torna per un attimo a scuotere il mio encefalogramma politico, reso ormai piatto dall’egemonia leghista e dalla subalternità congenita del PD.

Devo però esser stato preso da un attacco di inguaribile ottimismo se ho deciso di andare a sentir parlare di “speranza” chi all’affossamento della sinistra ha dato il suo determinante contributo, chi ha preso le redini di un partito forte di 41 deputati e 27 senatori e lo ha lasciato due anni dopo a pezzi e fuori dal parlamento.

 

«Ci vuole una sinistra alternativa che si opponga al populismo della destra e all’elite tecnocratica del PD» esordisce Giordano.

Beh, già l’equazione destra = populismo non mi sembra delle più azzeccate, poi il venire a parlare di destra in zone come la Brianza comasca dove PdL e Lega insieme sfiorano il 70% dei voti avrebbe meritato ben altre analisi, a cominciare dal rapporto tra il consenso politico e la realtà sociale ed economica pedemontana (solo un rapido sguardo tra il pubblico in parte mi rassicura: per fortuna non c’è nessun leghista che avrebbe potuto usare questo intervento come spot elettorale, visto che da anni ogni rozza lettura della Lega come populismo non fa che portare voti a Bossi e ai suoi…).

E quanto al PD «espressione dell’elite tecnocratica» mi viene quasi da dire “magari”, visto che almeno avrei finalmente capito quali siano i suoi riferimenti…

 

Ma il meglio del Giordano-pensiero arriva quando propone la sua novità per la rinascita della sinistra: l’unità delle forze progressiste. Che detto da chi non più tardi di tre mesi fa ha dato vita all’ultima delle innumerevoli scissioni francamente non suona molto bene…

«Ma la scissione l’abbiamo fatta per arrivare all’unità» dice Giordano. Ah, beh… «Poi per le elezioni europee noi abbiamo fatto un appello all’unità, è su chi non c’è stato che grava il peso di non volere l’unità»!

Insomma, siamo alle solite. Un “leaderino senza popolo” che, trombato nel suo partito, si inventa il suo nuovo movimentino politico avocando per sé il marchio di “vera sinistra” e chi non è con lui è uno che vuole solo dividere. Se questa è, come pretende Giordano, «la sinistra del XXI secolo», prepariamoci ad anni, a lustri, a decenni, di parlamenti senza rappresentanti “rossi”. A cominciare dal prossimo Parlamento Europeo (deputati uscenti “a sinistra del Pd”: 17), dove non è affatto detto che Rifondazione Comunista-Lista Anticapitalista e Sinistra e Libertà oltrepasseranno la soglia di sbarramento del 4% (sarebbero attestati rispettivamente a poco più e poco meno del 3% secondo gli ultimi sondaggi).

 

«Riflessioni sulla sinistra italiana tra sconfitta e speranza» recita il sottotitolo della fatica editoriale dell’ex segretario di Rifondazione Comunista. Francamente sentendo le sue tesi il perché della sconfitta l’ho capito benissimo, il perché della speranza molto, ma molto, meno.

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categorie: politica, sinistra, elezioni, attualitĂ 
sabato, 18 aprile 2009

Ricostruzione in Abruzzo e ottopermille

Dodici miliardi di euro. Questa, secondo il ministro Maroni a Ballarò, «è la cifra che dovremmo trovare per ricostruire l'Abruzzo».

 

Che quasi mezzo miliardo di euro si potesse trovare accorpando il referendum alle elezioni europee del 6 e 7 giugno è noto, ma si sa che la Lega è inflessibile quando i quattrini lumbard vanno a finire in sprechi e clientelismo altrui solo per poterli meglio gestire in sprechi e clientelismo made in Padania (vedi Malpensa, Expo 2015, ecc.).

Mentre aprivamo le uova di Pasqua abbiamo poi sentito il ministro Tremonti ipotizzare l’introduzione dei terremotati d’Abruzzo tra le causali di destinazione del cinquepermille. E ogni anno in Italia il 5‰ dell’Irpef è una torta da circa 650 milioni di euro.

 

Peccato che il ministro creativo non si sia ricordato che la legge italiana prevede già una fonte di entrate per finanziare gli interventi straordinari in caso di calamità naturali: l’ottopermille. Sì, perché tra i destinatari dell’ottopermille non ci sono solo le confessioni religiose, ma anche lo Stato; Stato che per legge (n. 222 del 1985) destina la sua quota «per interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali».

L’ottopermille nel 2008 ha fruttato un gettito totale di oltre 1 miliardo di euro, di cui si stima che solo una ventina di milioni arrivino per gli interventi previsti dalla legge grazie alla quota dello Stato.

Allo Stato solo venti milioni su un miliardo? Così poco? I contribuenti hanno dunque scelto di destinare il loro 8‰ altrove?

Beh, non esattamente…

 

Come ricordato in passato, nella dichiarazione dei redditi solo il 40% esprime una scelta sulla destinazione dell’ottopermille: il 34.6% nel 2004 aveva scelto la Chiesa Cattolica (il 90% quindi di chi aveva espresso una scelta), il 4.1% lo Stato, lo 0.5% la Chiesa Valdese, e così via, mentre il 60% non si era espresso.

Al contrario di quanto accade con il cinquepermille, però, la ripartizione del gettito dell’ottopermille viene fatta non sulle scelte assolute, bensì su quelle espresse: quindi del miliardo di euro in palio, la Chiesa Cattolica porta a casa non il 36.7% ma il 90%! Moltissimi che non scelgono la destinazione dell’ottopermille perché convinti che tanto la propria quota vada comunque allo Stato finiscono così per finanziare confessioni religiose varie, prima tra tutte la Chiesa Cattolica. Tanto più che lo Stato, al contrario degli altri, ha da sempre rinunciato alla pubblicità per invogliare i contribuenti a firmare.

Così allo Stato arriva circa il 10% del miliardo disponibile, cioè 100 milioni. Tutti disponibili per gli interventi per calamità naturali? Ovviamente no, visto che brillanti leggi finanziarie dal 2004 in poi hanno dirottato parte dei fondi dell’ottopermille per coprire altri buchi della finanza pubblica, a cominciare dalla voragine del “nostro” intervento armato in Iraq. Per il 2009 ciò corrisponde ad una riduzione di 80 milioni, cioè l’80% di ciò che rimane nelle mani dello Stato. Alla fine quindi del miliardo dell’8‰ restano solo 20 milioni…

 

E’ possibile chiedere che, oltre alla restituzione degli 80 milioni rapinati da altre voci di spesa, pure  la quota derivante dalle scelte inespresse possa andare per la ricostruzione dell’Abruzzo, magari anche consentendo allo Stato di fare pubblicità? La Chiesa Valdese peraltro già percepisce il solo contributo derivante dalle scelte espresse, non approfittando dei soldi di chi non firma, non si capisce perché non lo debbano fare anche le altre.

Non si arriverà di colpo ai 12 miliardi necessari, ma in un solo anno si potrebbero usare oltre 650 milioni. Che rispetto ai 20 milioni previsti con l’attuale meccanismo non mi sembra poco.

postato da: Primaticcio alle ore 18:40 | link | commenti (3)
categorie: politica, attualitĂ , otto per mille
sabato, 04 aprile 2009

Mariuoli

Dicono che, in particolare in tempo di crisi, i lavoratori non più giovani debbano far valere le competenze acquisite nel corso della loro carriera professionale.

Perché allora – si dev’essere chiesto Mario Chiesa – buttare via la propria consolidata esperienza in materia di bustarelle acquisita in anni e anni al servizio del sistema tangentizio?

 

A diciassette anni dal suo arresto mentre, alla guida del Pio Albergo Trivulzio, cercava di far sparire nel water la mazzetta di un’impresa di pulizie, il Chiesa è tornato a San Vittore per una storia di costi gonfiati per lo smaltimento di rifiuti: «per gli investigatori era il “gran burattinaio” del sistema al centro del quale c'era la Servizi ecologici Milano (Sem), la società di cui è amministratirice unica la sua seconda moglie, della quale fa parte il figlio avuto da Chiesa dalla prima moglie e coadiuvata dal cognato. Il secondo figlio è invece dipendente di un'altra società, la Solarese, anch'essa al centro dell'inchiesta». [da www.officina21.net]

Un “gran burattinaio” che dall’alto della sua esperienza dirigeva il traffico delle tangenti e che nel bel mezzo di una crisi economica in cui scarseggia denaro contante, per corrompere autisti di camion, addetti ai controlli e dipendenti vari delle società coinvolte si sarebbe inventato pagamenti in buoni pasto, buoni benzina e buoni abbigliamento. Un genio…

 

Eccoli qui i tangentisti. In fondo aveva ragione Craxi, non erano che dei “mariuoli” (e probabilmente era proprio per questo che il leader Psi se ne era circondato, ma questo è un altro discorso…): a capo di istituti pubblici o di società private, quel che conta è far soldi e sistemare amici e parenti.

Dicevano che lo facevano “per il Partito”, ma in realtà lo facevano per la villa al mare. Recitavano la parte di quelli perbene che erano stati costretti a rubare perché all’interno di un sistema politico corrotto, ma in realtà sono stati loro a corrompere la politica con la loro ansia di arraffare quattrini da ogni dove. Sono stati loro a dare l’esempio e ad aprire le porte dei partiti a gente che nella politica vede solo un modo per coltivare interessi personali e nella carriera politica una via per arricchirsi. Così come, a onor del vero, siamo stati noi a sostenerli più o meno direttamente, ognuno di noi pronto a chiudere entrambi gli occhi per un buono pasto o per l’abitabilità di un sottotetto.

postato da: Primaticcio alle ore 18:56 | link | commenti (3)
categorie: politica, attualitĂ