salsicce, fegatini, viscere alla brace

 

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Utente: Primaticcio
Nome: Paolo
«Das bin ich wirklich, böse, besoffen, aber gescheit» diceva di sé Joseph Roth («questo sono davvero io: stronzo, ubriacone, ma intelligente»). Per quel che mi riguarda, la stronzaggine nonostante tutti i miei sforzi non è mai abbastanza; e quanto all'ubriachezza, la sostanza più eccitante che bevo è il tamarindo. Però l'intelligenza è davvero l'unica cosa che mi rimane. Per ora.

 

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lunedì, 09 novembre 2009

Il crocifisso capovolto

Sono ormai passati vent’anni da quando, studenti sedicenni in un liceo milanese, staccavamo il crocifisso dalla parete e lo buttavamo nella tazza del water, gesto a metà tra dissacrazione adolescenziale e improbabile citazione colta del Piss Christ.
Radicalità del gesto che ci sembrava quasi necessaria: se il cattolicesimo non era più religione di Stato, noi – pensavamo – non facevamo che essere davvero coerenti e smascherare l’ipocrisia dei professori e dei genitori “benpensanti”. Nella sua semplicità, questo ragionamento ci appariva talmente razionale e inoppugnabile che credo che questa sia stata la prima battaglia “politica” della mia vita, portata avanti tra gli studenti e contro i professori. Anche perché, a dirla tutta, nel cesso insieme al crocifisso ci sembrava di buttare l’intera società clerico-democristiana che questo rappresentava.
 
Son passati vent’anni e “sarà forse perché è storia, sarà forse perché invecchio”, ma il dibattito sulla sentenza della Corte Europea che ha bocciato l’esposizione del crocifisso nelle scuole non lo reggo proprio.
Non reggo il Cardinale Re – che con un nome così se diventasse pontefice farebbe la gioia dei nostalgici papalini – quando sostiene che ogni uomo di «buona volontà» non può non condividere l’immagine del crocifisso. Non reggo l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti che dichiara di non trovare giusto che, a scuola, all’ora di scienze in cui si insegna come l’uomo sia frutto dell’evoluzione ne segua una di religione che insegna l’uomo creato da Dio. Non reggo gli atei che pretendono di insegnare ai credenti quello che Cristo penserebbe dell’esposizione della sua immagine negli edifici “di Cesare”. Non reggo i cattolici che ci insegnano che la “vera laicità” è quella conforme ai dettami d’Oltretevere.
Davvero il crocifisso nelle scuole è solo questo?
 
Vent’anni non sono passati solo per me, sono passati pure per la croce appesa nelle aule della repubblica e per il mondo che gli sta intorno. Decenni in cui la questione dei simboli religiosi nel nostro Paese ha subito un completo capovolgimento. Se infatti nell’Italia del Dopoguerra i valori di riferimento erano quelli cattolici e voler togliere il crocifisso era una ribellione nei confronti della società e della cultura dominante, oggi è vero esattamente il contrario: di valori di riferimento (intesi come strumenti alla luce dei quali leggere il mondo e la vita) non ce n’è più nemmeno l’ombra, ed è la Chiesa a ribellarsi contro la società e la cultura dominante cercando di difendere l’universalità del crocifisso.
Per dirla con Marco Magatti [Libertà immaginaria – Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista, Feltrinelli, 2009] nell’Italia della Prima Repubblica i rapporti sociali erano ordinati e stabilizzati alla luce di significati (valori, credenze o ideologie che fossero) di cui il crocifisso era uno dei simboli. Nel bene e nel male, oggi in nome della libertà individuale i valori sono stati, per così dire, “liberalizzati” e i rapporti sociali sono stabilizzati e regolati semplicemente sulla base di ciò che funziona: infiniti valori sono a disposizione con un click e ognuno di loro va bene nella misura in cui funziona, indipendentemente dal suo significato. Ogni senso che concerne la sfera pubblica – sia esso politico o religioso – è quasi visto come una limitazione della libertà individuale di scegliere quello che in quel momento si adatta meglio a ciò che funziona.
 
Se le cose stanno davvero così, è lecito allora chiedersi perché le istituzioni – dalla totalità delle forze politiche in Parlamento ai Sindaci impegnati nella loro guerra di Vandea – di una società così nichilista si sia sollevata contro la «corte ideologizzata» di Strasburgo.
Beh, innanzitutto non è detto che le battaglie antimoderniste siano impopolari, come dimostra la campagna della Lega contro il multiculturalismo. Battaglie che possono avere anche effetti a breve termine concreti e tangibili (e drammatici, si pensi ai profughi respinti dalle nuove norme sull’immigrazione), ma che alla lunga sono del tutto inutili per arginare un fenomeno più grande di loro. Antimodernismo popolare soprattutto tra le fasce più deboli, cioè quelle più esposte ai rischi della “modernità”. Deboli sono gli operai non specializzati di fronte alla concorrenza del lavoro degli stranieri, e infatti sono lo zoccolo duro della Lega antiimmigrazione. Così come debole nello scenario internazionale è l’Italia degli anni Duemila, in declino culturale ancor prima che economico, da cui la reazione contro la Corte Europea.
Ma soprattutto il punto è che oggi la difesa del crocifisso ha poco a che vedere con i valori della religione e molto con quelli ben più adattabili e informi della “tradizione”. E alla tradizione, come ai bambini e ai selvaggi, si può far dire quel che si vuole. Così, in prima linea nello scontro non sono il Papa e la Chiesa, bensì il Carroccio e chi, come l’eurodeputato Matteo Salvini, durissimi con il Vaticano in materie come l’immigrazione si pongono come i più intransigenti difensori dei simboli religiosi di Santa Romana Chiesa.
 
Forse già vent’anni fa l’Italia non era più quella società degli anni Cinquanta e Sessanta che Pasolini chiamava “clerico-fascista”.
Forse già vent’anni fa aver messo il crocifisso nel cesso avrà sì scandalizzato qualche professore bacchettone ma lungi dall’essere un atto di rivolta era più semplicemente un atto di pigro conformismo. Negli anni Ottanta dell’”edonismo reaganiano”, per il potere il crocifisso non era già più un simbolo di ordine sociale ma era né più né meno un modo come un altro per far soldi. E se metterlo nel water faceva far quattrini, tanto meglio: così il Piss Christ raggiungeva quotazioni di un centinaio di migliaia di dollari, e noi che buttavamo la croce nel bagno della scuola non facevamo che partecipare a questo oliato meccanismo.
Pensavamo di ribellarci contro un’Italia che in realtà non c’era già più, e così nei fatti ci adeguavamo a quella “trasgressione ammaestrata” tanto in voga e tanto monetizzata nell’Italia di oggi.
 
Oggi fosse per me lo lascerei stare lì dov’è, il crocifisso. Come scrive il teologo Vito Mancuso su Repubblica, quali altri simboli ideali, quali altri esempi concreti di umanità è in grado oggi di offrire la scuola italiana ai suoi studenti? Che si veda nel crocifisso un Dio fatto uomo per redimere il mondo o un uomo che ha mostrato ad altri uomini l’uguaglianza e l’amore per il prossimo, chissà mai che in un mondo apatico dove “tutto va bene purché funzioni”, a qualche studente vedendolo non gli venga in mente che la vita è qualcosa in più di questo.
 
postato da: Primaticcio alle ore 22:59 | link | commenti
categorie: politica, libri, attualità
sabato, 24 ottobre 2009

Birra… e non sai cosa bevi

Il genere umano pare che produca birra da più o meno nove millenni, da quando cioè in Iran – dove ai tempi avevano di meglio da fare che arricchire uranio – si diedero a far fermentare l’orzo.
Nel corso dei secoli la birra si è diffusa venendo adottata da tutte le civiltà che si sono succedute, ognuna delle quali l’ha adattata alle proprie coltivazioni. Fecero eccezione i Romani, che le preferirono sempre il vino con uno zelo quasi identitario, neanche fosse la polenta per i lumbàrd: noi qui siamo civili e beviamo vino, gli altri al di là del limes sono barbari e tracannano birra (che a Roma rimase perlopiù impiegata per la cosmesi femminile ma, si sa, alle donne si perdona tutto…). Antinomia geografica vino / birra che in seguito alcuni hanno addirittura proposto come tratto distintivo tra Europa neolatina ed Europa del Nord.
Passando di mano in mano ognuno c’ha messo del suo e la birra non è più quella brodaglia di cereali fermentati a cui venivano aggiunte spezie varie per darle il sapore. Fondamentale è stata l’introduzione del luppolo nel IX secolo, che ne permise una migliore conservazione e che rese il gusto simile a quello che sentiamo oggi. Ma questa non fu certo l’unica evoluzione significativa: se ad esempio oggi possiamo gustare il sapore intenso delle birre d’abbazia è perché nel Medioevo i monaci belgi durante i digiuni prescritti dovevano pur campare e sopportare il gelo, e così si diedero ad appesantire e rendere sostanzioso in ogni modo ciò che almeno potevano bere.
 
Insomma ognuno faceva la birra utilizzando quel che aveva in casa. Ancora di là da venire erano i tempi grami in cui viene l’esperto a dirti che se non c’è quella certa quantità di quel particolare ingrediente la ricetta non va bene, non è “originale”. La gente ha sempre cercato di rendere commestibile qualsiasi cosa per riempirsi lo stomaco e, nel caso della birra, ha sempre cercato di far fermentare qualsiasi cereale gli capitasse a tiro per dissetarsi sperando di non morire d’infezione: in tempi in cui l’acqua disponibile era tutt’altro che “microbiologicamente pura”, qualsiasi fermentazione che generasse alcol che disinfettasse un po’ la bevanda era ben accetta (e in questo senso anche la bollitura durante la produzione male non faceva).
Vero è però che già il codice di Hammurabi diciassette secoli prima di Cristo cercava di regolamentare la produzione della birra per evitare adulterazioni e nel 1516 il Duca di Baviera Guglielmo IV Wittelbach emanò il celebre Reinheitsgebot (“Requisito di Purezza”), in cui venivano fissati l’acqua, il malto e il luppolo come unici ingredienti ammessi.
 
Dal buon Guglielmo IV è passato mezzo millennio e le birre di oggi indicano tra gli ingredienti pure il lievito a completamento del Reinheitsgebot, in fondo che ne sapeva il Duca di Baviera che nelle tinozze per fermentare la birra Pasteur nell’Ottocento c’avrebbe visto pure i microrganismi del lievito?
Molte delle birre più comuni, però, oltre a acqua, lievito, malto d’orzo e luppolo riportano pure il mais, che con il Requisito di Purezza fa invece proprio a cazzotti. E non solo perché nell’Europa del 1516 solo da pochi anni i conquistadores avevano portato il granturco.
Nel suo Il dilemma dell’onnivoro [Adelphi, 2008], Michael Pollan sostiene che la specie umana da onnivora si sta riducendo a cibarsi praticamente di solo mais: la carne, il pesce, le uova, il latte e il formaggio sarebbero praticamente fatti del mais che viene dato da mangiare agli animali d’allevamento; i lieviti, i coloranti, persino il dolcificante delle bevande gassate vengono dal mais; e anche nel reparto ortofrutta la presenza del mais non si limita alla dorata pannocchia, ma è nei pesticidi e nelle cere usate per rendere più lucidi gli ortaggi. Non stupisce che Todd Dawson, un biologo di Berkeley, sostenga che stando alle analisi della provenienza del carbonio nel corpo della popolazione nordamericana, lo statunitense medio sia più o meno una pannocchia con le gambe.
Il perché del successo della pianta erbacea d’origine tropicale che noi chiamiamo mais è presto detto: costa poco. E così, anche nelle birre aggiungere mais significa risparmiare sull’orzo, oltre pare ad aumentare la percezione di amaro (e quindi risparmiare anche sul luppolo) e a rendere la birra più leggera.
 
Da parte mia, ligio al codice della strada – e alla semplice constatazione che già mi distraggo alla guida da sobrio, figuriamoci se bevo… - quando esco è difficile che prenda una birra, ma a casa bermi la mia birretta mi piace proprio. A me piacciono quelle che “sanno di pane”, quelle che quando le stappi hanno un profumo che sembra di essere dal fornaio, quelle che quando le mandi giù sanno di crosta di pane per poi lasciarti poi in bocca il gusto dell’amaro del luppolo senza retrogusti strani di frutta, caffè, cioccolato o quant’altro.
La mia preferita è la Franziskaner, una Weissbier, cioè una birra di frumento prodotta dalla fermentazione del grano. Per capire però l’effetto del mais mi sono messo a riassaggiare le birre più comuni che si trovano al supermercato, con e senza granturco dichiarato in etichetta.
Il risultato è la lista seguente, in ordine di gradimento: da quella che mi è piaciuta di più fino alla Nastro Azzurro (scusate ma a riassaggiare la Corona proprio non ce l’ho fatta…).
Premetto che i miei gusti non sono particolarmente raffinati e che mi sono ritrovato a cambiare la posizione nella lista a un secondo assaggio magari semplicemente perché ci mangiavo insieme qualcosa di diverso. Ciò detto, il catalogo è questo:
 
Birra
Provenienza
Mais in etichetta
Prezzo al litro
Menabrea
Italia
1.82 €
Stella Artois
Belgio
No
2.00 €
Poretti Bock
Italia
2.72 €
Heineken
Olanda
No
2.10 €
Warsteiner
Germania
No
2.61 €
Becks
Germania
No
1.79 €
Forst
Italia
1.50 €
Carslberg
Danimarca
No
1.89 €
Ichnusa
Italia
1.94 €
Moretti
Italia
1.18 €
Kronenburg
Francia
1.89 €
Bavaria
Olanda
No
1.29 €
Nastro Azzurro
Italia
1.44 €
 
Tredici birre, sette col granturco sei senza.
Effettivamente il prezzo medio di quelle prive di mais è un po’ più alto: 1.95 euro al litro contro 1.78. E per quanto riguarda la qualità, almeno secondo il mio vile palato, pur non essendo i risultati nettissimi l’andazzo è evidente: ben quattro delle prime sei birre, e solo una delle ultime cinque, non contengono mais. Guglielmo IV di Baviera non avrà avuto le idee chiarissime in materia religiosa, passando ora con i luterani ora con i papalini, ma di birre se ne intendeva.
 
postato da: Primaticcio alle ore 19:50 | link | commenti (2)
categorie: libri, birra, attualità
sabato, 17 ottobre 2009

Uno scoop che non si può rifiutare

“Caro giudice d’Appello,
come Lei ben sa, un Suo collega in primo grado mi ha indicato come «corresponsabile della vicenda corruttiva» che nel 1991 portò il tribunale di Roma ad assegnarmi il controllo della Mondatori dietro pagamento di tangenti. Il Suo collega ha così condannato la mia azienda a risarcire la Cir di De Benedetti per l’iperbolica somma di 750 milioni di euro.
Ora, vorrei consigliarLe di riflettere bene prima di confermare la mia condanna. Tenga bene a mente che posso sguinzagliare i miei Feltri e i miei Brachino per scavare fin nel dettaglio più insignificante del Suo passato, fin nel momento più personale della Sua vita privata.
Si ricordi che i dipendenti del mio Giornale hanno ottenuto la testa di uomini ben più importanti di Lei, facendo passare note informative calunniose per atti giudiziari (e non La consoli il fatto che fossero false, anzi… Il loro effetto l’hanno avuto come e più che se fossero state vere).
Si ricordi che i dipendenti del mio Tg5 hanno pedinato il Suo collega fin dal barbiere, e anche qui mi permetta di ricordaLe che non ha alcuna importanza il fatto che non abbiano trovato nulla di insolito: una passeggiata prima di entrare in un negozio o un paio di calzini turchesi bastano a montare un caso sulle “stravaganze” di un giudice.
Ci pensi bene. Davvero per una sentenza vuole rischiare di vedere perfino la sua passeggiata per portare fuori il cane passata sotto la lente del Giornale, del Tg5 o di Striscia la Notizia? Io credo di no e confido nel Suo senso di responsabilità.
 
Cordialmente Suo,
Il Premier col più alto indice di gradimento dell’Occidente.”
 
Qui non si tratta solo di libertà o di correttezza di informazione. Qui si tratta di intimidazioni in stile mafioso ai giornalisti non allineati e ai giudici dei suoi processi, in modo che sappiano che in ogni momento sono tutti sotto tiro dei suoi giornali e delle sue televisioni.
Si sbaglia Di Pietro, Berlusconi non è come l’Hitler di Chaplin; a me ricorda più il mafioso Michele Greco, che prima che la Corte si ritirasse per emettere la sentenza, da dietro le sbarre ammonì il giudice dicendo: «Io desidero farvi un augurio. Io vi auguro la pace, signor Presidente, perché la pace è la tranquillità e la serenità dello spirito, della coscienza. E per il compito che Vi aspetta la serenità è la base fondamentale per giudicare. Non sono parole mie, sono parole di Nostro Signore, che lo raccomandò a Mosè. E vi auguro ancora, signor Presidente, che questa pace vi accompagnerà nel resto della vostra vita».
Chissà se Nostro Signore nel raccomandare serenità di giudizio a Mosè gli faceva intendere possibili ritorsioni a colpi di lupara o di editoriali di fidati opinionisti.
 

postato da: Primaticcio alle ore 01:22 | link | commenti (4)
categorie: politica, attualità, berlusconi
giovedì, 24 settembre 2009

Cultura biologica: ecologismo verde lumbard?

Sostenibilità, benessere, naturalità. Queste le parole d’ordine della cultura biologica.

Parole d’ordine di per sé forse un po’ vaghe e a volte in contrasto tra loro, ma che sono alla base di una cultura, quella “bio”, che è etica e ideologica ancor prima che produttiva, e che è in vertiginosa espansione nei mercati occidentali: un fatturato di 11 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti con i tassi di crescita più alti di tutto il comparto alimentare.

 

Nell’approcciarmi alla cultura biologica, francamente quello della sostenibilità è l’unico principio che mi sento di sposare in pieno, anche se non mancano le contraddizioni.

Che il nostro modello di sviluppo sia insostenibile per il clima, la biodiversità e le limitate risorse del nostro povero pianeta è noto da almeno quarant’anni e oggi sono rimasti in pochi (Amministrazione Bush a parte,  of course) a credere che la “mano invisibile” del mercato sia in grado da sola di risolvere la questione.

Ogni alternativa è dunque non solo benvenuta, ma anche reclamata con la massima urgenza. Rimane il fatto che se il biologico esce giustamente dalle insostenibili logiche convenzionali, al momento funzione come scelta di nicchia ma più di un dubbio sussiste su quella che a sua volta potrebbe essere la sua sostenibilità (basse rese, necessità di più terreni coltivabili con conseguente disboscamento, ecc.).

 

Sul valore del benessere sono più scettico.

Scettico per quanto riguarda il mio di benessere, visto che un’alimentazione tutt’altro che bio – con l’unico criterio quello del gusto e senza mai chiedermi se ciò di cui mi sfamo faccia bene o male – mi ha portato all’alba delle trentasei primavere in discreta forma (e con il colesterolo basso, tiè!).

Ma scettico pure per quel che riguarda il benessere degli animali. Mi viene in mente Michael Pollan che nel suo Il dilemma dell’onnivoro (Adelphi, 2008) racconta del pollo comprato in un supermercato biologico. Pollo che, stando all’etichetta, aveva pure un nome, Rosie, «gallina allevata all’aperto con metodi sostenibili». Incuriosito, l’autore andrà a visitare l’allevamento di Rosie, e scoprirà che la differenza con i polli industriali sta solo nel mangime privo di additivi di sintesi; per il resto vedrà capannoni con ventimila Rosie ammassati l’una sull’altra ed in cui l’accesso all’aria aperta è costituito da una porticina, che peraltro le galline si guardano bene dall’attraversare.

 

Ma è la naturalità quel che più mi preoccupa.

E mi preoccupa non solo perché non se ne può più della favoletta dabbene che vuole i prodotti naturali buoni e salutari e quelli chimici cattivi e pericolosi. Mi preoccupa perché ogni volta che sento parlare di naturalità a proposito di quell’essere così legato nel bene o nel male alla sua cultura e alla sua tecnica che è l’uomo, mi chiedo dove si voglia andare a parare; e spesso le risposte sono un po‘ inquietanti, siano esse la repressione di comportamenti “innaturali” o la “riscoperta” di improbabili tradizioni.

 

«La grande festa della cultura biologica che propone momenti incontro e silenzio per chi ricerca l’anima delle cose e per chi vuole conoscere un modo di vivere semplice, riscoprendo l’antico rapporto tra la natura e l’uomo».

Così recita il manifesto della 22° Biofera, «la grande festa della cultura bio» svoltasi a Canzo, tra le prealpi comasche, il 12-13 settembre (i corsivi sono degli organizzatori).

Io lì, lo dico subito, ci vado innanzitutto per mangiare. Ahimé quest’anno niente stracotto d’asino, mi sono dovuto “accontentare” – si fa per dire… - di pizzoccheri e polenta uncia, rovinati solo da un’imbevibile quanto non meglio specificata “birra biologica”.

 

Giro tra gli stand e a me questa riscoperta dell’«antico rapporto tra la natura e l’uomo» puzza proprio di bruciato.

Tra una sezione di “medicina naturale” in cui trova spazio la lettura dei tarocchi (ridatemi il mio antibiotico di sintesi, please) e formaggi tanto bio quanto inaccessibili (il bio per palati sani o per palati ricchi?), eccola lì “la tradizione”.

Ora, io nella mia ignoranza fatta di luoghi comuni mi immaginavo la cultura bio come difesa delle “tradizioni” preindustriali soffocate dall’agricoltura capitalista o roba del genere. Immaginavo gli espositori come una sorta di hippy, uomini con strani medaglioni al collo e donne con lunghe gonne colorate e scarpe di feltro.

Macché! Niente gonne a fiori e borse di iuta. Al loro posto le “tradizioni” sono ben presidiate da espositori che indossano magliette in cui assicurano di discendere direttamente dai celti, dall'artigianato “locale” in stile celtico e da associazioni culturali che ci ricordano le origini celtiche del “nostro territorio”. Lo storico forse si chiederebbe come mai quest’associazione – vicina alla Lega, l’avreste mai detto? – che si occupa di tradizioni celtiche abbia come simbolo il vessillo degli Sforza (biscione e l’aquila imperiale), duchi di Milano nel Quattrocento. Ma qui la storia c’entra pochino, e celti, biscioni, aquile imperiali… tutto fa brodo nell’ideologia del “siamo nordici, mica terroni” che ci vogliono far passare per “tradizione”.

E così, non so se sia tradizione o meno né tantomeno se riscopra l'antico rapporto tra uomo e natura, ma tiro un sospiro di sollievo pensando alle legioni romane di Gneo Cornelio Scipione Calvo e Marco Claudio Marcello che nel 222 a.C. ci liberarono da ‘sti barbari.

 

P.S.: Sono lì che cerco di finire l’imbevibile birra biologica e mi cade l’occhio sull’espositore che vende il pane proprio di fronte allo spillatore della birra. Questo fa un salto nel suo caravan, apre la borsa frigo e tira fuori… una industrialissima Beck’s! La Beck’s non sarà la mia birra preferita e quella che sto bevendo ora voglio sperare che non sia rappresentativa di tutte le birre biologiche, ma in fondo qui c’è tutta la morale: va bene biologico, ma quando fa schifo fa schifo!

postato da: Primaticcio alle ore 22:10 | link | commenti (2)
categorie: politica, libri, attualità, biofera
domenica, 06 settembre 2009

«So solo lavorare». Le selezioni del Grande Fratello a Mariano Comense.

Eccoli qui, in piazza a Mariano, gli aspiranti “ragazzi del Grande Fratello”.

Oddio, “ragazzi”… in coda per entrare nel gazebo delle selezioni, insieme ai teen-agers mi sembra di scorgere non pochi che di (ostentatamente) giovanile hanno solo l’abbigliamento… E siccome in un provino bisogna pur mettere in mostra le proprie qualità – e le qualità per bucare il video non sono certo erudizione e buon gusto – gli aspiranti “gieffini” sfoggiano tutti attillati abitini due taglie più stretti rispetto a quanto il buon senso vorrebbe, a far risaltare il decolleté o i muscoli palestrati: tempo e soldi investiti per rifarsi tette e bicipiti non sono stati spesi invano.

 

 

Per il disturbo di arrivare fin nella Brianza comasca, alla Endemol – la società che realizza il Grande Fratello – il Comune di Mariano Comense ha fornito attrezzature e quattrini pubblici, oltre a chiudere per l’occasione la piazza principale. Sì, avete capito bene: l’Amministrazione marianese (berlusconiana) per portare le selezioni del programma Mediaset (berlusconiano) gli ha messo a disposizione le strutture e circa 6.000 Euro del contribuente.

 

L’opposizione di centrosinistra parla attraverso il candidato sindaco sconfitto alle recenti elezioni – in città la Sinistra è ininfluente (e fuori dal Consiglio Comunale) e il Partito Democratico ad un’eccellente attività all’interno del Consiglio affianca un’assoluta inoperosità all’esterno, non ho capito bene se per incapacità o se per scelta deliberata al fine di favorire più “flessibili” liste civiche (col brillante risultato che qui il PD è al 16%…).

Il portavoce del centrosinistra definisce l’evento «un concentrato di subcultura». Una definizione che a me sa tanto di perbenismo un po’ snob – di quello caro ai benpensanti antiberlusconiani che pensano che “noi” siamo i buoni, i colti e gli integerrimi, e “loro” i cattivi, gli ignoranti e i corrotti – ma che è inadeguato a comprendere la questione.

Che vuol dire infatti “subcultura”? Vuol dire “cultura bassa”, contrapposta alla “cultura alta”, che invece il Comune dovrebbe sostenere? E che c’entra? Il Grande Fratello è un evento di intrattenimento – farà concorrenza semmai alla Champions League in tv, mica ai Klavierstücke di Stockhausen… – e non credo che agli eventi di intrattenimento organizzati dai Comuni per rivitalizzare le piazze italiane si debba ribattere che si dovrebbero invece promuovere vaghi “momenti di cultura”.

Oppure “subcultura” vuol dire portatrice di valori culturali da rifiutare? Beh, qui c’è qualcosa di vero, ma il discorso da fare sarebbe ben più ampio che non prendersela col Grande Fratello. Sarebbe un discorso che dovrebbe abbracciare tutta la trasmutazione di valori operata dalla televisione di massa, una trasmutazione arrivata a coinvolgere la definizione stessa dell’identità dei cittadini-telespettatori. Mi risulta però che il Partito Democratico a questa trasmutazione non solo non si opponga – e oggi ci sarebbe poco da opporsi, ci provò Pasolini quarant’anni fa senza risultato – ma anzi venga presa dal PD come un tratto del mondo di oggi al quale adeguarsi acriticamente.

 

E allora rimane la questione iniziale, cioè quella dei soldi pubblici regalati ad una società privata, la Endemol. L’Assessore al Bilancio sottolinea che questi soldi sono un investimento con ricadute positive per tutti i marianesi, visto che il flusso atteso di aspiranti “gieffini” («almeno 2mila», secondo le sue previsioni) darebbe lavoro ai commercianti e agli albergatori, e farebbe rientrare il Comune delle spese grazie al ticket per i parcheggi (5 Euro!).

 

Intimorito dalla previsione di migliaia di aspiranti concorrenti a intasare strade e parcheggi (e per nulla intenzionato a versare l’obolo di 5 € alla Endemol), per il mio consueto giro del sabato mattina a Mariano lascio nel box la mia Alfa e inizio fare un giro a piedi nelle aree di sosta… vuote! Quattro automobili nel parcheggio davanti alla stazione, una sola in quello della piazza del mercato (che avvicinandomi scopro peraltro essere la macchina degli addetti alla sosta…). Un po’ confuso mi reco allora in piazza davanti al gazebo Endemol. Sono le undici passate da poco, le selezioni si sono appena aperte e ci saranno sì e no un centinaio di persone in coda, sono di più i vecchietti che ai bordi della piazza scuotono la testa divisi tra il biasimo per i “programmi di oggi” e l’ammirazione per le tette della concorrente comasca della scorsa edizione.

 

Duecentocinquanta. Tanti saranno alla fine della giornata i partecipanti ai provini, altro che le migliaia attese dal Comune. Il quotidiano locale La Provincia oggi in edicola parla apertamente di flop. Resta da sapere quanto ci abbiano rimesso le casse comunali in tutta questa operazione, e resta pure da capire quanto sia reale il mondo che ci viene fatto percepire. Sarà pure quella dei teen-agers di oggi una generazione disimpegnata di aspiranti veline, ma in fondo – al di là di ogni contrapposizione moralistica - con tutta questa pubblicità un incontro politico ne avrebbe attirati di più.

 

Il gazebo Endemol e, in basso, l'area di sosta di via Kennedy (l'unica macchina parcheggiata è quella degli addetti alla sosta). 

 

Per finire, qualche pensiero senza filtro dei protagonisti della giornata (tratto da La Provincia):

«Sono venuta per accompagnare lui [il fidanzato] ma mi sono detta: perché non tentare? Ho bisogno di soldi se no come faccio a rifarmi il seno?» Una battuta? «In realtà vorrei comprarmi una casa». Erika, 22 anni.

«Ho visto tutte le edizioni e trovo che il Gf sia non solo una bella trasmissione, ma anche un’esperienza unica che può aiutare a far crescere». Mattia, 22 anni.

«Queste cose vanno fatte quando si è giovani per non aver rimpianti un domani, quando magari bisogna pensare alla famiglia». Carolina, 18 anni.

«Con me farebbero il record degli ascolti. […] Se ha vinto uno come Augusto o c’è entrata una come Cristina, gente così la straccio subito». Fernando, 44 anni.

«L’esperienza del Gf la vedo come una sfida […]. Potrebbe aiutare a migliorare il proprio carattere». Luca, 25 anni.

«So solo lavorare, faccio il montatore di mobili, ma sono simpatico e allegro: con me ci si diverte» Thomas, 18 anni.

postato da: Primaticcio alle ore 17:30 | link | commenti (5)
categorie: politica, televisione, attualità, grande fratello
giovedì, 03 settembre 2009

Il Processo di Pasolini alla DC, trentaquattro anni dopo

«Indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia, Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono “selvaggio” delle campagne, responsabilità dell’esplosione “selvaggia” della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche della distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori».

Questi i capi d’imputazione del Processo che nell’estate del ’75 – poche settimane prima di essere ammazzato – Pasolini chiedeva nei confronti della Democrazia Cristiana. Parole d’accusa che Pasolini scriveva sulle colonne del quotidiano della “borghesia illuminata” – il Corriere della Sera  e che furono poi raccolte nel postumo Lettere luterane, recentemente ripubblicato da Garzanti.

 

Il Processo, per Pasolini, doveva prendere atto e rivelare alla coscienza dei cittadini che i notabili democristiani non sono stati in grado di comprendere che il proprio potere si stava storicamente esaurendo perché il nuovo potere che si andava affermando – quello consumistico del post-boom economico – non sapeva più cosa farsene del clericalismo Dc.

Ad oltre trent’anni di distanza colpisce la lucidità dell’analisi pasoliniana, anche se il suo pessimismo di allora sul futuro dell’Italia appare oggi fin troppo fiducioso nella coscienza civile degli italiani…

 

Perché nel frattempo il Processo alla classe politica italiana c’è stato davvero, e non solo sul piano metaforico come chiedeva Pasolini, così come non solo metaforiche sono state le immagini dei democristiani ammanettati tra i carabinieri.

E’ vero che, come avevano profeticamente avvertito gli scritti del ’75, questo Processo è stato intentato dal nuovo potere economico. Una classe politica formatasi negli anni Cinquanta sul bipolarismo clericalismo / comunismo è stata improvvisamente messa alla sbarra dal potere economico sulle pagine e dagli schermi dei propri fedeli mass-media ancor prima che nei tribunali. Un potere economico il cui laicissimo consumismo già da un pezzo aveva superato il clericalismo democristiano e che non aspettava altro che la caduta del Muro di Berlino sancisse definitivamente la fine di un mondo per liquidare la classe politica a quel mondo indissolubilmente legata, prima che questa discrasia venisse riempita dalle sinistre (temo che fu proprio lo scarto tra società laicamente consumista e clericalismo democristiano, più che presunte aspirazioni democratiche, alla base dei successi del Pci e dei referendum negli anni Settanta).

 

Al contrario di quanto pensava Pasolini, però, a me sembra che in questo Processo la coscienza dei cittadini non abbia avuto alcun ruolo, se non marginale. Questo processo non è certo nato dalla volontà dei cittadini di sapere il perché dei mali d’Italia. Questo forse lo potevamo pensare allora, nel turbinio di avvisi di garanzia a politici considerati inviolabili.

Dopo quasi vent’anni possiamo ammettere che in quel Processo non c’è stata da parte della maggioranza dei cittadini nemmeno l’ombra di una volontà di consapevolezza dei disastri – o quantomeno dei problemi – legati al malgoverno della società consumista. Anzi, il Processo è stata l’occasione per accelerarne il trionfo: nemmeno Pasolini avrebbe osato immaginare che il proprietario delle maggiori televisioni commerciali, ovvero dei principali veicoli della cultura consumistica in Italia, sarebbe uscito come il vero vincitore del Processo.

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domenica, 30 agosto 2009

San Nicola a Bari tra la manna e il Vaticano II

Quando nel 1071 i normanni di Roberto il Guiscardo entrarono a Bari, ponendo fine al plurisecolare dominio bizantino in Italia meridionale, si diedero come primo compito quello di sostituire i simboli del precedente potere con quelli dei nuovi conquistatori (come si vede, Berlusconi con la Rai non ha inventato nulla, chissà che la sua occupazione della tv pubblica non voglia in realtà essere una colta citazione di pratiche antiche…). Potere politico, sì, ma anche potere religioso, visto che da una ventina d’anni lo scisma tra cristianesimo d’Oriente e d’Occidente era divenuto ormai insanabile, e al credo ortodosso dei bizantini i normanni alleati del Papa si affrettarono a sostituire il cattolicesimo romano.

 

Nel frattempo, dall’altra parte di ciò che restava dell’Impero Romano d’Oriente, non lontano dall’odierno confine turco-armeno, ai bizantini non andava certo meglio: nello stesso 1071 l’esercito guidato personalmente dall’Imperatore Romano IV Diogene andò incontro ad una disfatta contro i turchi selgiuchidi a Manzicerta.

I vincitori in pochi mesi dilagheranno in quasi tutta l’Anatolia. Gli sconfitti comprensibilmente non la presero bene e al suo ritorno a Costantinopoli lo sventurato Imperatore, che in un solo anno riuscì a perdere l’Italia e l’Asia Minore, verrà accecato, seviziato e quindi ammazzato.

 

Insomma, in Puglia un potere fresco fresco in cerca di legittimazione; in Turchia un territorio ricco di testimonianze paleocristiane occupato dagli infedeli. Perché – devono aver pensato i normanni – non inviare una spedizione nell’Asia Minore ormai sotto il dominio musulmano, “liberare” qualche reliquia, e su quella costruire la propria legittimazione? A Myra, sulla costa meridionale dell’Anatolia, non era sepolto un vecchio vescovo chiamato Nicola su cui da qualche tempo giravano storie miracolose? Perché non portare le sacre spoglie a compiere i suoi miracoli a Bari?

In fondo l’idea di appropriarsi di qualche reliquia finita in mani infedeli non era nuova (per il momento ci si accontentava di far trafugare le reliquie da mercanti e marinai e di portarle in Occidente; tempo una trentina d’anni e con le Crociate si sarebbe andati là direttamente con gli eserciti). Un paio di secoli prima c’aveva già pensato Venezia, andata a scovare chissà dove – si dice vicino ad Alessandria – i resti mortali di San Marco, che una volta traslato in laguna sarebbe diventato patrono e simbolo stesso della Serenissima. E siccome due santi sono meglio di uno, Venezia aveva messo gli occhi anche sulle spoglie del vescovo di Myra, scatenando così con Bari una corsa alla reliquia. Vinse Bari, le cui navi nel maggio del 1087 portarono in terra pugliese le ossa di San Nicola (alcuni anni più tardi i veneziani giunsero a Myra, dove – a sentir loro – i baresi s’erano dimenticati qualche osso del Santo, osso subito portato al Lido presso l’abbazia di San Nicolò; secoli dopo anche i turchi sostennero di aver trovato dei pezzettini del Santo dimenticati dalle traslazioni precedenti, pezzettini oggi conservati in un museo di Antalya).

 

Già, ma chi era questo Santo prodigioso?

Di San Nicola non si conosce praticamente nulla, nemmeno il nome. Strano a dirsi, vista la schiera di pargoli battezzati Nicola, Nicolò e Nicoletta in onore del Santo, ma tant’è.

Si narra che sia stato vescovo a Myra nel IV secolo, ma il suo nome non compare in alcuna delle fonti coeve, e non compare nemmeno nella lista dei padri conciliari riunitisi a Nicea, dove invece si dice che il santo avrebbe partecipato e perfino preso a ceffoni i suoi colleghi in odore di eresia.

Se però la Storia è avara di notizie, non così la tradizione, che riporta numerosi particolari della vita del Santo, i cui numerosi miracoli – iniziati fin da bambino, allorché si rifiutava di prendere il latte materno nei giorni di digiuno obbligato del mercoledì e del venerdì – lo rendono uno dei più venerati della cristianità.

Protettore dei bambini per aver resuscitato tre fanciulli fatti a pezzi e messi in salamoia da un perfido oste.

Protettore dei marinai per aver placato diverse tempeste marine.

Protettore dei detenuti vittime di errori giudiziari per essere apparso in sogno a Costantino ed averlo convinto dell’innocenza di alcuni suoi ufficiali condannati ingiustamente.

Protettore delle ragazze per aver donato tre sacchi di monete d’oro a tre aspiranti prostitute (che scritta così non suona molto bene, se dar soldi a prostitute costituisse merito per la santità allora i bravi padri di famiglia brianzoli che di notte affollano il ciglio della Novedratese dovrebbero essere fatti santi subito; il Santo però, prendete nota, le pagava non come ricompensa di piaceri carnali, ma per offrire loro una dote e quindi sottrarle al mestiere della strada!).

Infine con la sua abitudine di far regali ai poveri, a cui s’è aggiunta nei secoli un bel po’ di fantasia, San Nicola è alla base del personaggio di Babbo Natale (Santa Claus, deformazione di Sanctus Nicolaus).

 

 

Dovevano avere proprio fretta i normanni, in quel finire dell’XI secolo, nell’innalzare la nuova chiesa che, costruita proprio sulla residenza appena demolita del governatore bizantino, glorificasse San Nicola e il nuovo potere che lo aveva portato a Bari. Tanto da riutilizzare per una delle due torri che racchiudono la facciata (quella a destra nella foto) la torre dell’edificio precedente, creando così una singolare asimmetria.

Per l’interno poi non sorprende che gli architetti si siano rifatti a tradizioni del romanico lombardo e toscano, lontane cioè il più possibile dagli accenti bizantini presenti nell’arte medievale pugliese. Romanico a dire il vero oggi un po’ perduto per via della quasi totale scomparsa degli affreschi e per l’avulsa presenza del cinquecentesco monumento funebre di Bona Sforza. (Bona Sforza… oddio, il nome è delle mie parti, che ci fa sepolta qui a più di mille chilometri di distanza? Figlia del duca di Milano Gian Galeazzo Sforza, Bona ereditò dalla madre Isabella d’Aragona il ducato di Bari, dove morì nel 1557 dopo aver tramato invano per farsi nominare Viceré di Napoli dagli Asburgo).

 

Il centro della basilica di San Nicola è ovviamente la cripta, dove sono sistemate le reliquie del santo.

Scese le scale che portano ai sotterranei, mi imbatto in un pope. Fin qui niente di strano, anche in altre chiese cattoliche si possono vedere sacerdoti ortodossi che venerano gli stessi santi “occidentali”. Questo qui però sta dicendo messa! Eh sì, è uno degli effetti del Concilio Vaticano II, che permise agli Ortodossi di costruire accanto al sarcofago di San Nicola una propria cappella.

Vaticano II che in realtà non è stato molto tenero con il Santo, degradando la sua festa a “memoria facoltativa” per via di tutte le incertezze che ci sono sulla sua reale esistenza.

Ma qui, come ahimé altrove, il Concilio ecumenico è come sospeso, al ritorno alla Bibbia si preferisce affidarsi ai prodigi dei santi, e così non solo San Nicola è celebrato il 6 dicembre – giorno appunto di S.Nicola – ma pure il 9 maggio, anniversario della sua traslazione in terra barese, e in quest’ultima data viene ogni anno raccolta la manna, un fluido che sgorgherebbe naturalmente dalle ossa del Santo.

Già nel VI secolo, prima della traslazione, si diceva che dalle ossa di San Nicola trasudasse un olio profumato (e già allora c’era chi denunciava gli avidi preti di Myra di versare olio sulla tomba del Santo per poi rivenderlo e spennare i pellegrini).

Cosa sia questa manna nessun lo sa: chi dice sia «acqua purissima», chi un «unguento profumato», chi una «sostanza densissima e oleosa». Nel dubbio, la trovate in vendita per due euro alla bottiglietta nell’annesso chioschetto.

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martedì, 07 luglio 2009

Le badanti dei leghisti

A destra, si sa, ci si vanta di essere «vicini alla gente». Al contrario di una sinistra bollata come “ideologica” e la cui presunta lontananza dal “Paese reale” avrebbe portato all’abbandono del suo stesso popolo, a destra – dai bagni di folla che tanto piacciono a Berlusconi al “radicamento sul territorio” della Lega – piace spiegare i recenti successi elettorali con un rapporto diretto con “la gente”, di cui la coalizione berlusconiana saprebbe interpretare gli umori e i bisogni più profondi.

 

E’ davvero così?

Nelle ultime settimane la battaglia della destra sulla sicurezza è passata, nell’ordine, da: (i) Berlusconi che dice che «in alcune città italiane, come Milano, a camminare per il centro, vedendo il numero di cittadini stranieri, sembra di essere in una città africana»; (ii) il capogruppo leghista a Milano Salvini che propone «carrozze della metropolitana per soli milanesi»; (iii) il governo che vara un disegno di legge sulla sicurezza che prevede il reato di immigrazione clandestina punibile con l’espulsione immediata.

Beh, sarebbero questi i provvedimenti vicini alla gente e al “Paese reale”? Che i cittadini stranieri che Berlusconi vede in giro per Milano (cittadini di colore, presumo che intenda il presidente del consiglio, dal momento che non credo che gli abbia chiesto i documenti, ignorando così che molti cittadini di colore sono italiani), ricordino città africane può essere credibile solo per chi non ha mai messo il naso fuori di casa, dal momento che basta un capodanno a Parigi tutto-compreso per sapere che gli extracomunitari che si vedono in giro fanno assomigliare Milano semplicemente a qualsiasi altra città europea. E solo chi non ha mai preso un mezzo pubblico può pensare che al contatto con gli stranieri sia preferibile stare in una carrozza di milanesi, che quanto a maleducazione e inciviltà non hanno nulla da imparare dagli stranieri. Quanto alla legge sulla sicurezza, perfino un Giovanardi si sta rendendo conto che si mette così a rischio espulsione badanti («centinaia di migliaia» secondo il ministro, 500mila secondo le Acli) che ricoprono un ruolo centrale nel welfare del nostro Paese.

 

Sarebbero questi i provvedimenti non-ideologici e vicini al “Paese reale”?

Anche perché qui non si tratta di questioni come lo scontro con la magistratura o i festini di Palazzo Grazioli, su cui gli elettori di PdL e Lega magari non condividono l’atteggiamento di Berlusconi ma chiudono un occhio perché ritenuti temi poco importanti.

Qui si tratta della sicurezza, tema sul quale il centrodestra ha vinto le elezioni e sul quale perfino una parte dell’elettorato progressista ritiene PdL e Lega più credibili di Pd e Sinistra. E l’equazione Milano = Africa, la proposta di carrozze riservate ai milanesi doc e le espulsioni di massa, per quanto abbiamo visto essere ideologiche, inapplicabili e controproducenti per il “Paese reale”, non sono incidenti di percorso, bensì parte integrante del successo della destra sulla sicurezza. Magari gli stessi elettori berlusconiani ammettono che si tratta di affermazioni e provvedimenti “un po’ forti”, ma comunque suscitano consenso perché vengono letti come garanzia della fermezza di PdL e Lega sulla questione sicurezza.

 

C’è modo di spezzare questo consenso?

E’ fin troppo facile dire che il centrosinistra dovrebbe sottolineare come questi provvedimenti siano lontani da quella gente alla quale la destra si vuole vicina, perché se applicati sarebbero controproducenti innanzitutto per gli stessi italiani che li hanno voluti. Basti pensare al caso-badanti: 500mila badanti in meno significherebbero 500mila anziani e persone non-autosufficienti in generale senza più un aiuto accessibile (e se aspettano un sostegno dal governo Berlusconi, campa cavallo…).

Non vorrei però che nell’elettorato berlusconiano e leghista si facesse strada un altro ragionamento, che non potrà mai emergere apertamente in nessun sondaggio. In fondo qualche imprenditore lo dice già a mezza bocca, questa legge va benissimo, se un lavoratore irregolare in nero viene espulso dall’oggi al domani non c’è problema, c’è sempre qualche altro clandestino pronto a rimpiazzarlo (alla faccia dell’”eccellenza” del lavoro in Italia) e che magari, con i rischi che corre adesso che è fuori legge, costa pure meno. E se questo fosse anche il ragionamento dei leghisti e dei berlusconiani che hanno una badante irregolare?

 

 

il cannocchiale
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categorie: politica, immigrazione, attualità, pacchetto sicurezza
venerdì, 03 luglio 2009

Intervallo: San Piero a Grado (e le reliquie di S.Paolo secondo Ratzinger)

Se pare certo che tra i dodici apostoli Pietro sia stato l’unico che abbia svolto la sua predicazione anche al di fuori di Gerusalemme, dove sia passato non si sa bene.

Stando al Nuovo Testamento si sarebbe mosso tra la Terra Santa (Lidda, Ioppa, ecc.), Antiochia e Corinto. La tradizione apocrifa vuole invece Pietro a Roma negli anni di Nerone, sotto il quale avrebbe subito il martirio intorno all’anno 67.

Ora, la questione dell’itinerario di Pietro è tutt’altro che oziosa, visto che su di essa poggia buona parte dell’autorità papale. Dove voglia infatti andare a parare la “tradizione”, con il suo presunto passaggio di Pietro a Roma, è fin troppo evidente: al primato del Papa – cioè del vescovo di Roma – rispetto agli altri vescovi, primato che gli deriverebbe da una successione diretta di San Pietro.

Tuttavia, se già è molto dubbio che Pietro sia passato da Roma (San Paolo, ad esempio, all’epoca certamente a Roma, nelle sue lettere così ricche di notizie sulla comunità cristiana romana della presenza di Pietro non dice nemmeno una parola), che Pietro sia stato primo vescovo di Roma e che abbia nominato successori è del tutto infondato storicamente. Nessun episcopato romano viene citato in alcuna delle fonti più antiche (prima della metà del II secolo) e solo più tardi spregiudicati vescovi romani per rivendicare la propria autorità sugli altri colleghi e sui concili ecumenici useranno la tradizione di Pietro a Roma coniugandola con una libera interpretazione del passo del Vangelo di Matteo in cui Gesù dice all’apostolo «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18).

 

Bene, se a Roma si fa giungere più o meno verosimilmente Pietro per supportare primati e privilegi papali, anche a Pisa, nel suo piccolo, una capatina dell’apostolo non poteva non fare comodo. Così, un’altra tradizione vuole che nel suo presunto viaggio da Antiochia a Roma, Pietro sia approdato all’imbocco dell’Arno in seguito a un naufragio. In quel luogo i devoti pisani avrebbero eretto un edificio di culto: a chi si fosse avvicinato a Pisa dalle due vie d’accesso alla città antica – il mare e la via Aurelia – la basilica avrebbe dovuto così testimoniare il passaggio del fondatore della Chiesa romana e certificare la continuità tra l’antica capitale dell’impero e la nuova potenza marinara, legittima “nuova Roma”.

 

 

La basilica di San Piero a Grado che oggi si può ammirare uscendo da Pisa in direzione della Marina risale al X / XI secolo, ampliamento e riedificazione di chiese più antiche (almeno una del IV ed una del VII secolo), a loro volta costruite su un edificio civile tardoromano, forse una villa forse dei magazzini portuali.

La prima impressione da lontano è quella della meravigliosa severità e austerità del romanico, in questo caso in parte vivacizzata dai numerosi bacini ceramici colorati in stile moresco posti sui muri esterni che si notano avvicinandosi.

Giunti ai piedi della basilica, invano si cerca la facciata. Raro esempio in Italia, la basilica di San Piero a Grado è infatti priva di facciata ed ha invece una struttura ad absidi contrapposti, secondo modelli germanici (le cattedrali renane del XII secolo) ai quali si volle ispirare la ghibellina Pisa. Curioso che proprio i pronipoti degli ispiratori germanici della basilica abbiano pensato bene di distruggere otto secoli più tardi il campanile, fatto saltare dalla Wehrmacht in ritirata il 22 luglio 1944 (se siano più gravi i danni che la guerra lascia tra il patrimonio artistico o tra la popolazione non saprei, nel dubbio pregherei i futuri aguzzini  di risparmiare entrambi…).

 

All’interno a dividere le tre navate sono ventiquattro colonne “di spoglio”, provenienti cioè da edifici romani preesistenti. Così come di spoglio sono i capitelli di vari stili: corinzi, ionici e perfino uno bellissimo di origine siriaca, con sfingi e palmette.

Ma l’interno di San Piero a Grado vuol dire soprattutto gli affreschi, in buona parte ancora ben conservati, risalenti ai primi anni del Trecento. Attribuiti al pittore lucchese Deodato Orlandi, raffigurano scene della vita di San Pietro e i ritratti dei Papi da Pietro fino a Giovanni XVII, oltre a leggende medievali legate alla “donazione di Costantino”.

Vita dell’apostolo con tanto di predicazione a Roma insieme a Paolo, donazione di Costantino e sequenza dei papi a partire da Pietro: tutti falsi storici con un unico obiettivo, la legittimazione del potere.

 

Il 29 giugno scorso si è chiuso l’anno paolino celebrato dalla Chiesa Cattolica in occasione del bimillenario della nascita di San Paolo. E si è chiuso “col botto”: dalla basilica di San Paolo Fuori le Mura Benedetto XVI ha annunciato che nel sarcofago lì custodito sarebbero stati trovati resti umani risalenti al I secolo, a conferma così della tradizione – un’altra… - secondo la quale in quella tomba ci sarebbero proprio le spoglie di San Paolo.

Ovviamente non è l’interesse storico né scientifico a stare a cuore al pontefice. Al contrario, a Ratzinger quelle reliquie servono per rimarcare ancora una volta di fronte alla delegazione del patriarcato ortodosso di Costantinopoli la primazia della chiesa romana che sarebbe, al contrario delle altre, fondata non per decreto ma direttamente da Pietro e Paolo. Che tra citazioni di Leone I – proprio il papa che nel V secolo, secondo le parole di Hans Küng, «crea la sintesi classica dell’idea del primato del vescovo romano»  – e improbabili similitudini tra Romolo e Remo (fondatori della città di Roma) e Pietro e Paolo (fondatori della Chiesa di Roma), il discorso di Benedetto XVI si concluda con un appello all’unità di tutti i cristiani non deve sorprendere. Unità sì, ma sotto il Vaticano, s’intende.

 

Fonti:

- Immagini della Basilica di San Piero a Grado, Edizioni Odeon (2007)

- H.Küng, Cristianesimo - Essenza e storia, Rizzoli (1997)

- Foto di Emmegi66

postato da: Primaticcio alle ore 19:13 | link | commenti
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venerdì, 19 giugno 2009

Che invidia il ballottaggio di Bari…

Leggendo le cronache elettorali da Bari – dove, si sa, domenica al ballottaggio si contenderanno la poltrona di sindaco il primo cittadino uscente Michele Emiliano, di centrosinistra, e lo sfidante Simeone Di Cagno, di centrodestra – non riesco a non provare una sconfinata quanto livida invidia.

Invidia un po’ per il ballottaggio, pratica pressoché sconosciuta qui nella Brianza comasca visto l’incontrastato dominio di Bossi, Berlusconi & Formigoni, ma soprattutto invidia per… la presenza del PSDI!

Credevo che il partito che negli anni ’80 fu di Longo, Nicolazzi e Cariglia – tutti per la verità rimasti alla storia più per le vicissitudini giudiziarie che non per la statura politica – fosse ormai relegato in polverose sale museali tra i dinosauri e i fossili nell’ambra, ed invece ecco il simbolo del sol dell’avvenire che nasce dalle onde del mare ripresentarsi per sostenere il candidato di Berlusconi.

Che invidia… Io che mi commuovo sempre di fronte a icone degli anni Ottanta come la tastiera a tracolla di Sandy Marton o il piccolo mugnaio dei Tegolini, non so cosa darei per rivedere nella scheda elettorale il simbolo del PSDI… Io quella scheda «quasi quasi me la porterei via», come la matita copiativa della canzone di Gaber, per conservarla lì, vicino ai puffi e alle gomme del Mulino Bianco.

postato da: Primaticcio alle ore 19:33 | link | commenti (2)
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